Comunicazione efficace in azienda: perché non basta parlare (e cosa cambia davvero)

Comunicazione efficace

Comunicazione efficace in azienda: perché non basta parlare (e cosa cambia davvero)

Comunicare non significa parlare. Significa creare comprensione. Scopri perché nelle PMI questo fa la differenza tra risultati e incomprensioni.

Ti è mai capitato di uscire da una riunione con la sensazione che fosse tutto definito e ritrovarti, pochi giorni dopo, con interpretazioni diverse da parte di ognuno, decisioni ancora sospese e passaggi da rifare?

Oppure di spiegare qualcosa in modo che ti sembrava chiarissimo e accorgerti che l’altro aveva capito tutt’altro?

Succede e succede spesso.

Nonostante ciò, quasi sempre la conclusione è la stessa: “Non mi ascolta” da una parte e “Non è chiaro cosa vuole” dall’altra.

Due percezioni opposte. Entrambe sincere. Entrambe parziali.

Comunicare non è parlare

Questa distinzione sembra ovvia. Allo stesso tempo, nella pratica quotidiana di chi guida un team o un’azienda, è la distinzione più trascurata.

Nelle PMI le persone comunicano continuamente. Mail, messaggi, riunioni, call.

Un flusso costante di informazioni che viaggia in tutte le direzioni. È anche vero che le incomprensioni restano.

I malintesi si ripetono. Le stesse conversazioni si rifanno.

Perché?

Perché si scambiano informazioni senza costruire comprensione.

La differenza è sottile ma decisiva.

L’etimologia della parola “comprendere” viene dal latino: cum e prendere, letteralmente “prendere insieme”. Comprendere significa rendere comune un senso. Condividerlo davvero. Non trasmetterlo, costruirlo insieme.

Quando comunichi, tu sai cosa stai dicendo. La domanda reale è: sai cosa l’altro sta ricevendo?

Quello che succede nel cervello quando ascoltiamo

C’è un elemento che cambia completamente il modo in cui guardiamo alla comunicazione.

Il nostro cervello non registra le informazioni in modo neutro. Le filtra.

In base alle esperienze passate, alle convinzioni, allo stato emotivo nel momento in cui riceviamo il messaggio.

Gli studi sulla percezione lo confermano da anni: non reagiamo alla realtà. Reagiamo all’interpretazione che ne facciamo.

Questo significa che due persone possono ricevere esattamente le stesse parole e costruire due significati completamente diversi.

Nessuna delle due sta sbagliando. Stanno semplicemente usando filtri diversi.

E allora la domanda non è solo “cosa ho detto?”

È “cosa ho tenuto in conto di come l’altro interpreterà ciò che dico?”

Una scena che riconosci?

Durante un percorso di team coaching in un’azienda, il titolare mi disse: “Il problema è che non mi ascoltano.”

Parlando con il team emerse qualcosa di diverso: “Non è che non lo ascoltiamo. È che non sempre capiamo cosa vuole davvero.”

Chi aveva ragione?

Entrambi. Nessuno dei due stava mentendo. Stavano descrivendo la stessa situazione da due angoli opposti.

Perché il punto non era chi parlava meglio. Era quello che succedeva nello spazio tra chi parlava e chi ascoltava.

Quello spazio, nelle PMI, è spesso pieno di cose non dette, di aspettative implicite, di significati dati per scontati.

Il peso delle parole che sembrano semplici

Diciamo a un collaboratore: “Gestisci tu questa cosa.”

Sembra ovvio e chiaro, vero?

All’interno di quella frase vivono almeno tre interpretazioni possibili:

  • decidi tu tutto,
  • fai la parte operativa e poi mi aggiorni,
  • inizia tu e poi vediamo insieme.

Ognuno agirà secondo il proprio schema. Poi qualcosa non torna. Nasce il malinteso.

Non perché qualcuno ha sbagliato. Perché nessuno ha esplicitato davvero cosa si aspettava.

Puoi approfondire come chiarire i perimetri di responsabilità prima che nascano i malintesi  è un pezzo direttamente collegato a questo.

Il non detto che pesa più delle parole

In ogni comunicazione c’è sempre una parte invisibile. Il tono, l’intenzione, la postura, il ruolo.

Puoi dire “fai pure” in modo che l’altro percepisca chiaramente “meglio se fai come dico io”.

Non razionalmente., ma sappi che lo percepisce.

Perché il messaggio non viaggia solo attraverso le parole. Viaggia attraverso tutto ciò che le accompagna.

Quando ciò che dici, ciò che pensi e ciò che trasmetti non sono allineati, l’altro avverte la dissonanza. Anche senza saperla nominare.

E quella dissonanza crea distanza.

Se vuoi capire come il non detto diventa conflitto nel team, trovi lì un approfondimento diretto su questi meccanismi.

Da dove si inizia, concretamente

Non da tecniche complesse. Da consapevolezza e pratica quotidiana.

  • Verifica sempre ciò che è stato compreso.
  • Dopo una comunicazione importante, chiedi: “Cosa ti porti via da questa conversazione?” Oppure: “Come lo metteresti in pratica?”  Non per controllare. Per capire se vi siete davvero capiti.
  • Esplicita il livello di responsabilità. Non dire solo “occupatene“. Chiarisci chi decide, chi esegue, chi verifica. Sembra formale. È anche vero che nella pratica elimina una quantità enorme di fraintendimenti.
  • Dai spazio alle domande. Se nessuno fa domande non significa che tutto sia chiaro. Spesso significa il contrario. Crea un contesto in cui chiedere non è percepito come debolezza.
  • Osserva le reazioni, non solo le parole. Le risposte non sono solo verbali. Le esitazioni, i silenzi, i cambi di tono dicono spesso più di qualsiasi risposta esplicita.
  • Riduci il non detto. Più rendi esplicito, meno spazio lasci all’interpretazione. Meno interpretazione significa meno conflitti, meno energia sprecata, meno lavoro da rifare.

Una domanda per chiudere

Nel tuo lavoro, le persone capiscono davvero ciò che vuoi dire oppure stanno interpretando quello che ricevono?

E tu, quanto spazio stai lasciando a questa interpretazione?

Se vuoi capire come tutto questo si collega al funzionamento del tuo team, trovi un pezzo importante lì.

Scrivimi. Parliamo di com’è la comunicazione nella tua azienda e da dove avrebbe senso iniziare.

Scrivimi qui

A presto Maria Christina Messina

 

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